sabato 20 febbraio 2010

Una comunità appassionata

da ‘Unità e carismi’, n. 06/2009 pp. 34-37

La testimonianza della comunità oblata in Calabria impegnata
nella missione itinerante e nella pastorale giovanile e vocazionale.

di Pasquale Castrilli

Se c’è una parola che può sintetizzare l’apostolato missionario della comunità dei Missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI) di Catanzaro dal 2000 al 2008 è senz’altro la parola ‘passione’. Una passione rilevata nella vita dei giovani e dei laici, nelle comunità parrocchiali che hanno vissuto l’esperienza della missione, nella comunità religiosa stessa che ha effettuato migliaia di chilometri per annunciare il Vangelo, coniugando con audacia il verbo ‘andare’. Centinaia di persone incontrate nel ministero missionario che si è concentrato soprattutto sulla missione popolare, sulla missione giovanile e sulla pastorale giovanile e vocazionale con l’attenzione al Movimento giovanile Costruire (MGC), movimento nato in Italia nel 1988 in seno al carisma oblato.

Passione e fragilità
Il contesto nel quale ha operato la comunità religiosa è la regione Calabria: due milioni di abitanti,
cinque province, dodici diocesi. Un lembo meraviglioso della nostra penisola, probabilmente il vero sud dell’Italia, con povertà e urgenze che spesso sembrano enormi e irrimediabili. Una passione mescolata, quindi, a numerose fragilità e contraddizioni della vita sociale e territoriale, tuttavia passione autentica.
S. Eugenio de Mazenod, vescovo di Marsiglia e fondatore dei Missionari Omi descriveva il suo
rapporto con la gente con grande intensità. Nel 1851 scriveva ad esempio a p. Baret: «Tu sai, figlio mio come il mio grande difetto è quello di amare con passione i figli che Dio mi ha dato nella sua bontà. Non c’è amore di madre che arrivi a tanto». La comunità è stata sempre aperta e ha provato a creare relazioni profonde, fondate sull’ascolto e l’accoglienza.
Altro elemento di fragilità è stato la consistenza della comunità religiosa, tre missionari
solamente, e la sede della comunità: in un appartamento messo a disposizione dalla diocesi senza la possibilità di un luogo di culto pubblico.

La vita comunitaria
La comunità oblata ha provato a far brillare ogni giorno la presenza di Gesù al suo interno, come
una famiglia che custodisce la ‘fiamma’. Le persone e i giovani hanno trovato accoglienza e si sono
sentite attratte da questa presenza. La preghiera comune, il discernimento comunitario, l'autogestione, le giornate di ritiro, il contatto vivo con la Provincia religiosa d'appartenenza, sono
stati strumenti che hanno costruito e rafforzato la comunità. La comunità oblata ha aperto le sue
porte per fare casa a quanti lo desideravano. Dal rapporto religiosi-giovani sono scaturiti progetti di evangelizzazione, iniziative missionarie e una significativa fecondità apostolica e vocazionale. I
giovani e i religiosi oblati hanno vissuto in pratica una vera corresponsabilità nell’evangelizzazione.
Una buona comunicazione, poi, ha contribuito a creare una mentalità aperta e uno sguardo ampio
sulla Chiesa e sul mondo.

Discernimento comunitario
Un metodo adottato costantemente dalla comunità è stato il discernimento comunitario. Dalle cose piccole a quelle più impegnative si è sempre cercato un confronto, un ascolto a tutto campo. Come ad esempio nel caso del trasferimento della comunità oblata da Catanzaro a Cosenza. Negli ultimi anni la comunità sentiva un appello ad una presenza più radicata sul territorio cittadino, la
possibilità di una Chiesa pubblica che fungesse da punto di partenza e ritorno dell’apostolato
missionario. Il dialogo è partito all’interno della comunità religiosa, che si è lasciata interpellare
dalla realtà, è stato poi condiviso con i superiori della provincia oblata ed è poi passato alla chiesa
diocesana. Attraverso la preghiera e l’ascolto reciproco, non senza qualche sofferenza, si è deciso
nel 2008 di trasferire la comunità per una presenza più adeguata del carisma missionario degli
Oblati in terra calabrese.

La pastorale vocazionale
Perché un giovane sceglie ancora oggi una congregazione missionaria? Cosa lo attira? Sono alcune
delle domande che la comunità più volte si è posta. Ragionare sulle vocazioni probabilmente è
rischioso e richiede sempre un orizzonte di fede. Attualmente la metà dei seminaristi dei Missionari Oblati in Italia, quattro su otto, proviene dal rapporto con la comunità oblata di Catanzaro.
Al di là dei luoghi comuni tipo: la Calabria è terra genuina e disponibile, la famiglia è ancora sana
nel sud dell'Italia, o altro, è possibile sottolineare alcuni punti che hanno costituito l’ossatura
dell’impegno di quella comunità religiosa.

· La Missione al popolo
Strumento per la nuova evangelizzazione, patrimonio oblato fin dalle sue origini, la Missione
popolare ha costituito il progetto pastorale preciso della comunità. Gli Oblati in Calabria negli anni 1999-2008 hanno animato 27 missioni (12 missioni al popolo e 15 missioni giovanili), offrendo un'immagine semplice, ma estremamente precisa e carismatica di sé stessa. I giovani hanno incontrato probabilmente un carisma vivo, mediato da uomini concreti con i loro punti forti e con i loro inevitabili limiti.
“Vedevo come gli Oblati si volevano bene tra di loro, come annunciavano il Vangelo, come
parlavano di Dio”, racconta Francesco, l'ultimo ordinato sacerdote tra i Missionari OMI italiani,
parlando del primo incontro con gli Oblati nel corso della Missione giovanile dell'autunno 1998 a
Melito Porto Salvo (Rc). Francesco insieme a Gianluca, Adriano e Giuseppe hanno risposto con
generosità alla chiamata del Signore di cui la comunità si è fatta mediatrice.

· Una sola comunità
Guardando a distanza agli anni della comunità, ci pare di aver compreso anche un’altra cosa: nel
rapporto Oblati / giovani ci siamo spinti forse un po’oltre gli standard normali, ordinari.
Con i giovani abbiamo infatti cercato non solo una relazione di fiducia e un rapporto educativo, ma abbiamo anche condiviso la vita di una sola comunità. Cioè eravamo come una famiglia. Sentivamo che i ragazzi avevano imparato ad andare oltre le distanze e che, simbolicamente, partivano dalla comunità oblata e tornavano alla comunità. Noi Oblati ci rendevamo conto che i giovani erano parte della comunità e che non potevamo fare tanti passi apostolici e missionari, senza valutare e discernere insieme. I ragazzi sentivano la casa oblata di via Carlo V 193, a Catanzaro come casa loro.
Una giovane dell’MGC così scriveva:
“Il rapporto di fiducia ci ha permesso di avere un rapporto libero nel quale noi ragazzi ci siamo sentiti valorizzati. Sapevamo che la nostra opinione era importante e che da entrambe le parti c’era l’umiltà di cambiare la propria idea e di fare in modo che si trovasse una strada nuova e comune. Questo ci ha reso corresponsabili del progetto missionario e ci ha stimolato a guardare con occhi nuovi al luogo in cui vivevamo.
Essere corresponsabili del progetto missionario in Calabria ci ha fatto sentire parte della comunità, ci ha fatto il vivere il carisma oblato, ce l’ha fatto sentire nostro.
Quando leggo alcune cose su S. Eugenio, sul suo modo di fare con i suoi e con i giovani, rivedo tante cose vissute insieme. Ci siamo sentiti voluti bene uno ad uno e questo ci ha fatto percepire l’amore di Dio per noi. Gli interventi formativi personali e di gruppo erano mirati perché ci conoscevi. Ultima cosa: la formazione è stata improntata con chiarezza sul carisma oblato”.

· La pastorale giovanile
Gli Oblati non si sono risparmiati. La comunità ha investito molte risorse per non lasciare nulla di
intentato nell'evangelizzazione dei giovani, per entrare in dialogo col mondo giovanile e
intercettare le sue principali domande. Viaggi, chilometri in ogni mese dell'anno, alloggi a volte
precari... per andare e annunciare Cristo ai giovani. Talvolta anche esponendosi in prima persona
per salvare quanto lo Spirito aveva suscitato nel cuore dei giovani. I giovani hanno percepito che
c’era qualcuno che li amava che li accoglieva e ‘perdeva tempo’ per loro. Hanno inoltre avvertito
una passione che animava la vocazione e l’agire dei missionari che avevano davanti.
“La cosa più bella è che voi missionari cercate subito di imparare i nostri nomi e questo è molto
significativo perché mi fa sentire importante e soprattutto protagonista – dice Giada, 18 anni - poi posso dire che credo molto di più in me stessa, negli altri e in Dio, perché ho scoperto la
concretezza della sua Parola”.
L’impegno nella pastorale giovanile e vocazionale ha previsto numerose occasioni formative per i
giovani in Calabria (incontri, ritiri, giornate di spiritualità, ecc.), ma anche un forte e costante
legame con la comunità giovanile di Marino laziale (Roma) e la sua storia quarantennale.
Giovani totalitari Uno dei frutti più belli del ministero tra i giovani è stato senz’altro vedere alcuni giovani rispondere alla chiamata del Signore ad una vita cristiana radicale e alla consacrazione e crescere come uomini,
come donne, come cristiani e nell’amore alla missione e al carisma oblato. In alcune occasioni
abbiamo avuto anche la sensazione che i giovani del Movimento giovanile Costruire ci ridonassero il carisma in maniera viva, accentuando alcune dimensioni da cui erano affascinati.
E’ sembrato importante puntare su contenuti formativi chiaramente oblati, approfondendo i temi della vita cristiana e sociale nella prospettiva dell’annuncio missionario del Vangelo.
Con i giovani abbiamo provato a guardare insieme alle necessità del mondo e ai poveri, soprattutto ai giovani, agli universitari, ai disoccupati, ai ragazzi delle scuole superiori per amarli e annunciare loro Gesù Cristo Salvatore, nostro unico tesoro. Spesso abbiamo trovato la strada che Dio desiderava.
Dal rapporto di fiducia, data e ricevuta, sono scaturite idee, contenuti, iniziative. In tante occasioni abbiamo compreso la complementarietà e la ricchezza del rapporto giovani / consacrati. L’incontro tra vocazioni diverse, tra generazioni diverse, nell’unica realtà del Vangelo e del carisma oblato, è stato un grande dono di Dio per gli Oblati della comunità e fonte di tanta fecondità, sia per il cammino personale di ciascuno che per l’apostolato.
Il rapporto con i giovani è stato basato sulla fiducia, ma anche sulla franchezza. Mettendosi sempre davanti a Dio prima di agire, non ci si è tirati indietro nel fare la verità ai ragazzi: cioè far notare, per amore, atteggiamenti, pensieri, situazioni che non si accordavano con il Vangelo. Senza paura di perdere consensi e risultare magari antipatici o impopolari. E’ stato un rapporto tra educatori e giovani, che ha incluso anche qualche momento difficile, ma sempre credendo nei ragazzi profondamente amati e stimati. Più volte la comunità ha goduto della loro crescita, della loro passione e corresponsabilità. Provando a sintonizzarsi sempre con i ragazzi e cercando di non
scadere in giovanilismi a buon mercato, partendo dai ragazzi e dalle loro esigenze e venendo loro
incontro come fa un buon padre con i suoi figli.
Accompagnare i giovani nel loro cammino di fede non è soltanto un servizio, ma è un modo
concreto di amare la persona, con un amore però di cui non siamo noi la fonte, ma che trova la sua forza e la sua fedeltà in Dio stesso, a cui affidare le persone nella preghiera.

Un sentimento di gratitudine
Ripensando alla vita comunitaria e agli anni trascorsi insieme ai giovani dell’MGC in Calabria c’è
da ringraziare Dio. Insieme con i giovani, gli Oblati hanno vissuto le missioni giovanili, molte delle
missioni popolari, e ancora mostre missionarie, due viaggi missionari in Uruguay, incontri
all’università, ritiri, marce di preghiera e tanto altro... In questi anni sono stati pubblicati anche
alcuni libri frutto della comunione nella comunità religiosa e con i giovani.
Insieme si è vissuto, capito, operato e sofferto per la missione. Siamo andati al di là di tutto, per
accogliere sempre la presenza di Gesù tra noi e cercare di camminare nella direzione che lui ci
indicava. Una storia di Dio con gli uomini che va rispettata per quello che Dio ha operato.
Ora molti di questi giovani guardano con più chiarezza al loro futuro, alla propria vocazione, alla
professione, ad una famiglia fondata sul matrimonio cristiano.
Con i giovani che hanno condiviso la vita della comunità religiosa, resta oggi un rapporto, anche se a distanza, per continuare a generare e custodire la presenza di Gesù tra i suoi, fonte di gioia, di pace e di fecondità.

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